Finisce sotto sequestro l’intero patrimonio della famiglia Torlonia, immobili quali: Palazzo Castellesi, in via della Conciliazione, a due passi dal Vaticano, la monumentale Villa Albani e Villa Delizia Carolina di Castel Gandolfo. Ma anche le numerose collezioni d’arte, inclusa la straordinaria raccolta di oltre 630 statute greche e romane, la più ricca mai esistita. La stessa che era finita al centro di un piccolo giallo: nel 2016, il Ministero per i beni e le attività culturali aveva annunciato un accordo con la Fondazione Torlonia per un’esposizione nel 2018. A distanza di due anni però non si sarebbe concretizzato nulla. E ancora opere d’arte etrusca, compresi gli affreschi della Tomba François, conservata proprio a Villa Albani. Il giudice Fulvio Vallillo, dell’VIII sezione del Tribunale civile di Roma, ha infatti deciso alla sottrazione dei beni per l’ultima causa intentata tra gli eredi del principe Alessandro Torlonia, morto il 28 dicembre dello scorso anno. Tutto “inutilizzabile” finché lo sterminato patrimonio verrà inventariato, catalogato e, soprattutto, stimato, per essere poi equamente diviso. Nella prossima udienza, fissata il 5 dicembre, si dovrà anche decidere se disporre o meno il sequestro conservativo di “almeno un miliardo e 800 milioni di euro” e, in caso di conferma del provvedimento, verranno nominati i custodi giudiziari.

Una guerra di successione condotta in particolare da Carlo (primogenito del principe Alessandro) il quale ha impugnato il testamento paterno contro gli altri tre fratelli: Paola, Francesca e Giulio. Sembrerebbe infatti che una serie di circostanze a lui sfavorevoli abbiano caratterizzato la gestione dell’eredità. “Fin da subito, dopo la morte del padre, riteneva di essere stato penalizzato anche se tra di loro non ci sono mai stati ottimi rapporti”, racconta un esponente della famiglia nobiliare. Una vicenda in cui entra un contestato curatore fallimentare e anche una sorella del defunto Don la quale, per cercare di sanare i non facili rapporti tra i due, alla sua morte aveva lasciato proprio al nipote gran parte dei suoi beni, forse intuendo scelte paterne poco generose nei suoi confronti. Inoltre Carlo ha raccontato che solo dopo il decesso del principe “ho scoperto le carte della malattia, conti correnti chiusi poco prima della morte, scatoloni pronti per essere spediti altrove”. Nel ricorso si legge che è anche venuto a conoscenza di assemblee convocate a sua insaputa dai fratelli e di “donazioni” (tra cui Palazzo Castellesi) effettuate dal padre agli altri figli dopo l’aggravarsi della malattia. Nel 2016, data del testamento “il ricorrente non riusciva a raggiungere il padre nemmeno telefonicamente, le comunicazioni venivano infatti filtrate dalla secondogenita o dalla segretaria, che riferivano uno stato di salute ottimo”, viene riportato ancora nell’atto. “Solo casualmente sono poi venuto a conoscenza dalla stampa che era stata costituita una “Fondazione Torlonia”, in cui né io né i miei figli avevano alcun ruolo, e che aveva assunto in comodato la gestione di tutte le collezioni di opere”. Sarebbe anche emerso il tentativo di vendere all’estero opere statuarie. “Nel corso delle operazioni di inventario – denuncia Carlo Torlonia – la famosissima collezione di marmi sembra essere stata oggetto di una trattativa di vendita, di un accordo con il Paul Getty Museum e il Mibac”.

I giudici intanto stanno effettuando verifiche anche sulla Fondazione Torlonia, costituita sei mesi prima della morte del principe Alessandro, alla quale è stata conferito l’immenso patrimonio artistico. In ballo c’è anche la non facile gestione del loro istituto di credito, la Banca del Fucino, ricapitalizzata pochi mesi fa dopo riunioni familiari piene di tensioni.

Sulla delicata vicenda Torlonia interviene anche Italia Nostra, associazione di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali: “La vendita della collezione Torlonia è un rischio che l’Italia non può correre per la litigiosità degli eredi”, scrive. “Sulla famosa e famigerata collezione statuaria greco romana tenuta di fatto sotto sequestro dai Torlonia, Antonio Cederna impiegò fiumi di inchiostro e grande impegno intellettuale perché uscisse dagli scantinati nei quali era stata relegata in via della Lungara. Il museo Torlonia, che ospitava la collezione, fu chiuso dalla sera alla mattina, per essere trasformato in 70 appartamenti abusivi contro i quali Cederna lottò come un leone”. Quindi, esorta Italia Nostra: “Il Ministero per i beni e le attività culturali deve entrare con forza e determinazione per sventare qualsiasi velleità di depredare il patrimonio italiano dei preziosissimi reperti vincolati e garantire un’assoluta tutela di quelli, eventualmente non vincolati”.