Poco più di un secolo fa, nel 1917, Pablo Picasso (1881-1973) giunse a Roma con Jean Cocteau impegnato nella preparazione del balletto “Parade” con il coreografo – ballerino Léonide Massine. Era stato Cocteau, che già collaborava con Diaghilev a Parigi, a coinvolgere nell’impresa i due talenti Picasso e Satie, ideando il libretto che s’ispirava al mondo del circo, la parata che annuncia l’arrivo dello spettacolo in città, la sfilata dei carri, della banda, delle attrazioni. Il lavoro per “Parade” su musica di Satie fu l’occasione per Picasso di venire in Italia. Il Teatro Costanzi ospitava la compagnia dei “Ballets Russes” di Sergej Diaghilev con l’ “Oiseau de feu” diretto da Igor Stravinskij e “Feu d’artifice”, il cui scenario era stato disegnato da Giacomo Balla. Nel ridotto del Teatro fu allestita una mostra di opere della collezione di Massine, quadri di artisti d’avanguardia, molti dei quali erano nel foyer, di Bakst, Balla, Depero, Prampolini, Cocteau, Diaghilev e Picasso che per la prima volta era presente a Roma con un dipinto.“Parade”, il primo balletto cubista della storia, andò in scena al Teatro Chatelet di Parigi, ma nonostante fosse l’espressione dell’”esprit nouveau”, come aveva scritto nel programma di sala Apollinaire, in sala c’era anche Proust, fu un fiasco solenne.

Del soggiorno di Picasso a Roma sappiamo quasi tutto, anche grazie alle lettere di Cocteau alla madre. E’ noto che aveva un magnifico atelier negli studi Patrizi a via Margutta dietro Villa Medici dove si dedicava ai bozzetti e agli studi per “Parade”, che alloggiava al’Hotel de Russie insieme a Cocteau, mentre la compagnia dei balletti di cui faceva parte Olga Chochlova di cui l’artista si innamora e sposa poco dopo, risiedeva all’Hotel Minerva e provava gli spettacoli al Ridotto Taglioni. Alcune foto documentano il viaggio a Napoli, Pompei ed Ercolano dove si reca due volte. E’ allora che scopre la cultura tradizionale napoletana, il presepio, il teatro delle marionette, il Mediterraneo. E’ risaputo il suo rapporto con l’antichità, si ricorda la sua visita alla Galleria Borghese, tempio della scultura, di Bernini e Caravaggio, e in Vaticano dove vede Michelangelo e Raffaello che ritroverà anche a Firenze.

A un secolo da quella famosa visita la Galleria Borghese ospita la prima mostra in Italia dedicata interamente a Picasso scultore, proseguendo quel lavoro d’indagine sul concetto di scultura portato avanti da alcuni anni dalla Galleria. Ideata e curata da Anna Coliva, direttrice della Borghese e da Diana Widmaier – Picasso, nipote dell’artista (figlia di Maia), la mostra che s’inserisce nel programma internazionale “Picasso Méditerranée”, sostenuta da Fendi partner istituzionale della Galleria, presenta 56 opere realizzate fra il 1905 e il 1964. Provengono dal Museo Nazionale Picasso di Parigi, dai musei di Vienna, Stoccolma, dalla Fondazione Beyeler e da molte collezioni private. Sono sculture in gesso, legno, cemento, metallo, bronzo, e anche in materiali di uso comune come spago, tessuti, bottoni, chiodi, viti e oggetti trovati sulla spiaggia assemblati e fusi. Ma non in marmo, il materiale nobile utilizzato nella scultura classica, con cui l’artista non si cimentò mai, riluttante a comprenderne potenzialità e valore evocativo. C’è anche un’opera esposta per la prima volta, è una lamiera tagliata, piegata e dipinta di collezione privata, datata fra il’28 e il ’29, che si trova al piano superiore della Galleria, conosciuta come “Bagnante”. Un nome come tutti quelli delle opere esposte dato da altri in seguito, perché Picasso non intitolava mai le sue opere. Fa eccezione una bellissima testa di donna in bronzo esposta al secondo piano, chiamata dallo stesso artista “Testa rotta”.

Perché portare Picasso e la sua scultura proprio nella Galleria che conserva la collezione dei capolavori del cardinale Scipione? Per Anna Coliva tutto si lega alla “personalità” della Borghese, alla sua vitale attualità, alla “validità persistente dei suoi intenti originari”. In una parola alla sua modernità. E Coliva crede che questo sia un ambiente adatto all’euforia, alla vitalità di Picasso sempre fortemente attuale come è attuale la collezione Borghese. “Picasso sarebbe stato apprezzato dal cardinale Camillo, accolto come un artista della sua epoca, attuale”, precisa. In questo luogo complesso e tipico la scultura occupa un posto determinante, pur in presenza di opere d’arte di tutte le specie . Una “foresta di statue” definisce la Galleria che aveva “modellato” i suoi esordi l’anziano Bernini, padrone di tutte le tecniche dell’arte. La scena privilegiata del simbolismo e della metamorfosi, che ogni statua di ogni tempo porta in sé e con sé, permane tuttora nonostante i cambiamenti settecenteschi e la perdita di 500 marmi antichi venduti dal principe Camillo al cognato Napoleone nel 1807. Ambiente ideale per ospitare una personalità titanica come quella di Picasso che alla scultura fu sempre legato. E che rivoluzionò ispirandosi anche all’antico e alle Metamorfosi di Ovidio.

La scultura della seconda metà dell’800 e del primo ‘900 era infatti in condizioni critiche, incapace di emanciparsi dal peso della tradizione e dal suo “mostruoso anacronismo” secondo le parole usate da Umberto Boccioni nel “Manifesto tecnico della scultura futurista” del 1912. In questa palude stagnante scoppia la bomba Picasso, la prima scultura cubista. Una scultura che dà corpo alle sue idee rivoluzionarie che sperimenta nell’opera plastica, nei pezzi che si ricompongono col colore e che poi trasferisce nella pittura. La scultura come prototipo della pittura. Ma questa attività scultorea continua non viene mostrata mai, non appare. Lo stesso artista non ama far vedere quello che fa nell’atelier, il “trucco” che sta dietro l’opera. Spesso lavora partendo dalla carta, dal cartoncino che realizza poi in metallo evidenziando con i colori alcuni elementi del corpo come il seno, il sesso, il volto. “E’ come un architetto che dà volume, movimento all’idea, spiega la nipote Diana, fine studiosa dell’artista. E non si stanca mai di sperimentare. Incontrando degli artigiani che lavorano col cemento gli fa tradurre le sue opere in forme più grandi perché possano durare duemila anni, ricorda.

Il percorso espositivo, non in ordine cronologico, si snoda lungo le meravigliose sale del Casino Borghese al primo e secondo livello a partire dall’imponente e sontuoso salone d’ingresso affrescato da Mariano Rossi. A seguire le sale con le opere classiche come lo Spinario (copia rinascimentale da un originale ellenistico), di Bernini, di Canova. E poi i Raffaello, i Carracci, i Caravaggio in un susseguirsi di capolavori che non ha eguali. Non disponendo la Borghese di uno spazio riservato alle esposizioni temporanee, anche l’opera di Picasso, come sempre accade, trova posto accanto alle sculture e ai quadri della collezione permanente con cui talvolta ha elementi in comune. Come nel caso de “La capra” del ’50 di Picasso e “La capra Amaltea” del 1615 attribuita a Bernini. Ma forse bisogna andare al di là dell’abusato dialogo antico – moderno e guardare il genio Picasso in quanto tale, per il suo valore di rottura, di innovatore, per la sua capacità onnivora di far propria ogni esperienza e di piegarla secondo il suo intendimento. Un artista che ha esplorato ogni mezzo, ogni tecnica, non stancandosi mai di sperimentare materiali diversi. Ha modellato di tutto, eccetto il marmo, gesso, argilla, ha lavorato la lamiera, ha inciso ciottoli, ha intagliato il legno, ha saldato il ferro, utilizzando oggetti comuni come le scatole dei sigari per creare nuove forme. Facendo proprie le esperienze classiche antiche e quelle dell’arte africana e superandole. Mescolando storia, tradizione e il proprio privato, rifacendosi alle tante donne con cui ha condiviso la vita. Come l’amata Françoise Gilot che ispira due capolavori “Forma femminile”, in cui rinnova il concetto di donna come anfora e” Donna incinta”, simbolo di fecondità.

Nella Sala della Paolina di Canova è in mostra la piccola “Donna che legge” del’51 in gesso, legno, oggetti metallici, chiodi, viti, nella Sala del David di Bernini la “Bagnante” in bronzo degli anni Trenta, è Marie – Thérèse Walter, che ritorna in metallo nella sala di Apollo e Dafne. Picasso lavora anche con i frammenti. Ed ecco i calchi in gesso, le impronte della sua mano. E le piccolissime chitarre fatte con oggetti appartenuti a Olga, spago, tulle, bottoni, matita, inchiostro, gouache su cartone. Nel ’28 muore Apollinaire, gli viene chiesto di ricordarlo con un monumento commemorativo. Voleva fare un omaggio alla poesia in metallo, ma sarà considerato troppo visionario e non viene accettato. La scultura che realizza nel ’37 è una testa femminile in bronzo che rappresenta Dora Maar.

Nei locali seminterrati della Borghese è esposta una sezione da non perdere costituita da foto, video e documenti, alcuni inediti, che mostrano l’artista all’opera, che raccontano i processi creativi di Picasso scultore, dando conto una volta di più di quale ruolo centrale ebbe la scultura nella sua vita. Sono immagini che illustrano l’ultima fase di Picasso, che fu anche una delle più creative per la scultura e i diversi studi in cui ha lavorato. Alla fine degli anni Quaranta l’artista si ferma a Vallauris, in Costa Azzurra, un luogo scelto anche per le corride che vi si svolgevano, di cui era appassionato, e per la presenza di attività legate alla ceramiche che gli permettono di sperimentare questa antica arte proponendo nuove soluzioni tecniche e formali al vasellame della tradizione. E’ a Vallauris che crea assemblaggi in gesso e materiali di recupero e grazie all’industria di rottami metallici in loco che dà inizio a sculture tridimensionali in lamiera dipinta, alcune delle quali diventeranno grandi monumenti. Nel ’55 con Jacqueline Roque si trasferisce a Cannes e qui si dedica a assemblaggi in legno. Le foto di Mougins, sua ultima dimora, testimoniano la quantità e la varietà delle sue creazioni in tre dimensioni.

Galleria Borghese Piazzale Scipione Borghese ì, Roma. Orario: dal martedì alla domenica , dalle 9.00 alle 19.00, chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1°gennaio. Fino al 3 febbraio 2019. Informazioni: 06-8413979 e www.galleriaborghese.beniculturali.it