fbpx

La X edizione del “Reate Festival”. Da Monteverdi a Verdi

da | 3 Ott 2018 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

La conferenza stampa del Reate Festival, anche quest’anno, è ospitata nel teatro della Villa di Alberto Sordi (destinata a diventare Museo), la splendida dimora con vista sulle Terme di Caracalla, progettata da Clemente Busiri Vici per Dino Grandi, poi ambasciata britannica, acquistata dall’attore nel ’58 e rimasta così com’era con tutte le cose che amava. Non un caso perché il Festival nato nel 2009, oltre i soci fondatori Comune di Rieti, Fondazione Varrone e Camera di Commercio di Rieti, socio sostenitore Intesa San Paolo, annovera fra i tanti, Regione Lazio, Eni, Lottomatica, Teatro dell’Opera… anche il contributo della Fondazione Alberto Sordi per i giovani.

Il “Reate Festival” festeggia il decennale con una novità. Si trasferisce a Roma debuttando con “Il ritorno di Ulisse in patria” di Claudio Monteverdi il 5 ottobre nel Teatro di Villa Torlonia ( repliche 6 e 7 ottobre), un bellissimo teatro di corte ottocentesco, inaugurato nel 1905, recentemente restaurato e aperto al pubblico. L’opera di Monteverdi è una “tragedia in lieto fine in un prologo e cinque atti”, il libretto è dell’amico Giacomo Badoaro che drammatizza con una certa libertà le vicende contenute nei libri XIII-XXIII dell’Odissea di Omero. La prima si tenne a Venezia nel 1640 nel Teatro dei Santi Giovanni e Paolo, riscuotendo un grandissimo successo, seguito da repliche a Bologna al Teatro Guastavillani, ma mai rappresentata a Roma.. Delle tre opere rimaste di Monteverdi, l’ ”Orfeo” e ”L’incoronazione di Poppea”, “Il ritorno di Ulisse in patria” è la meno conosciuta. Venne ritrovata casualmente nel 1881 in un manoscritto presso la Osterreichische Nationalbibliothek di Vienna.

Un doppio debutto dunque per il Reate Festival nato nel 2009 che a Rieti può disporre del Teatro Flavio Vespasiano, dove l’opera sarà presentata il 10 ottobre. Costruito alla fine dell’Ottocento su progetto dell’architetto Achille Sfondrini, cui si deve anche il Teatro dell’Opera di Roma, l’antico Costanzi di cui è la versione minore, il teatro reatino, formato da una platea divisa in due settori, tre ordini di palchi e il loggione, è ideale anche per le dimensioni, tipiche del teatro all’italiana fra Sette e Ottocento. Un gioiello dalla straordinaria acustica.

Questa prima ripresa dell’opera di Monteverdi con cui Roma non è stata mai molto generosa, precisa Cesare Scarton che cura la regia, ricordando un “Orfeo” di Franco Zeffirelli al Teatro La cometa, è un atto doveroso per un Festival come quello reatino dedicato alla valorizzazione del melodramma e del bel canto. “Confrontarsi con un simile capolavoro è senz’altro arduo – dichiara il regista – perché delle tre opere di Claudio Monteverdi, “Il ritorno di Ulisse in patria” è forse quella meno organica e unitaria: le numerosissime scene, per lo più rapide e concise, si susseguono in una sorta di montaggio quasi cinematografico che, se da un alto produce un ritmo incalzante, dall’altro può suscitare l’impressione di una certa frammentarietà”. E poiché il libretto lascia largo spazio agli dei, che intervengono continuamente determinando una netta divisione fra mondo umano e divino, il regista ha deciso di far indossare ai personaggi umani abiti contemporanei e agli dei costumi di fine Ottocento – inizio Novecento, l’epoca in cui sono stati costruiti i palcoscenici dei due teatri, Villa Torlonia a Roma e Flavio Vespasiano a Rieti.

Alessandro Quarta, che dirigerà il Festival Baroque Ensemble, non nasconde la complessità dell’opera e parla di “gesto coraggioso”, dell’accortezza di operare “tagli” finalizzati ad assecondare una messa in scena in costumi borghesi per un teatro moderno. E si dichiara entusiasta della compagnia di canto, composta al di là dei ruoli dei tre protagonisti affidati a cantanti d’esperienza, da giovani e giovanissimi artisti che hanno acquisito conoscenze di musica antica, giovani che vengono dalla scuola, dai conservatori. Sono loro le nuove leve del bel canto italiano. Un motivo d’interesse in più. Sebbene l’opera sia nata in Italia, nonostante la lingua privilegiata del belcanto sia stato l’italiano e per tre secoli l’Italia abbia prodotto cantanti e esportato tenori e maccheroni in tutto il mondo, questo patrimonio si è disperso da tempo. Un primato testimoniato anche da grandissimi compositori, come Mozart, che hanno scritto nella nostra lingua, e che è andato perduto dopo l’Unità con la chiusura delle cantorie delle chiese, la mancanza di educazione musicale nelle scuole, il decadimento dei conservatori, tanto che le compagnie d’opera sono formate sempre più da cantanti stranieri. Il Festival mira a recuperare proprio questa tradizione tutta italiana del belcanto, come modo di porgere le opere in un giusto equilibrio fra orchestra e canto. Quello che Rossini indicava come “ il cantar che nell’anima si sente”, in modo tale che gli strumenti non coprano le voci. Lo stesso criterio vale per i musicisti, tutti compresi fra i 18 e i 37 anni. Un principio che non è venuto meno nel tempo. Fin dagli inizi, infatti, il Reate Festival si è proposto come “luogo dei giovani e per i giovani”, con particolare attenzione alla loro formazione professionale.

Dopo la trasferta a Roma il Festival torna in patria con Monteverdi il 10 ottobre e con altri due allestimenti molto speciali e indirizzati verso un particolare pubblico. Il nuovo “Don Giovanni” di Mozart messo in cantiere dall’Orchestra di Piazza Vittorio (6 e 7 novembre) e una produzione di teatro musicale per ragazzi presentata da Europa InCanto l’ “Aida” di Verdi dal 19 al 22 novembre con l’Orchestra Europa InCanto diretta da Germano Neri. Un progetto didattico d’eccellenza riconosciuto dal MIUR, che segue il successo riscosso l’anno con il “Flauto magico” di Mozart, vincitore di un bando Europa creativa. E ancora nell’ambito del Progetto Scuole con la stessa orchestra e lo stesso maestro “Pierino e il lupo”di Sergej Prokof’ev e il “Primo concerto dell’Orso Paddington” di Herbert Chappel (Auditorium Varrone 24 novembre).Completano il cartellone alcuni concerti cameristici che si tengono nella splendida cornice della Chiesa di Santa Scolastica – Auditorium Varrone eseguiti dal violinista Stefano Mhanna, musiche di Bach, Vivaldi, Händel, Paganini (9 novembre), il Quartetto di Sassofoni “Accademia”, musiche di Nino Rota e George Gershwing e un concerto di giovani talenti del Liceo Musicale di Rieti (17 novembre).

Un discorso a sé meritano i concerti d’organo di Daniele Rossi, musiche di Brahms, Mendelssohn, Bach, ospitati a San Domenico, una basilica del XII secolo (11 novembre). Specialissimo lo strumento moderno ma costruito all’antica in cinque anni di paziente lavoro dall’organaro Bartolomo Formentelli di Pedemonte di Verona seguendo le indicazioni di due famosi trattati settecenteschi del benedettino Dom Bedos per la realizzazione meccanica e di Roubo per la “veste” lignea. Inaugurato nel 2009 è un strumento monumentale con cinque tastiere e 4054 canne che ha solo due strumenti antichi simili, il Dom Bedos originale di Saint Croix di Bordeaux e il Moucherel di Albi.

Rieti: Teatro Flavio Vespasiano, Auditorium Varrone, Basilica di San Domenico – Roma: Teatro di Villa Torlonia. Dal 5 ottobre al 25 novembre 2018. Informazioni: www.reatefestival.it

Clicca sul banner per leggere la rivista