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A Palazzo Barberini due grandi mostre: “La stanza di Mantegna” e “I maestri della Madonna Strauss”

da | 28 Set 2018 | Arte e Cultura, Mostre ed Eventi

Andrea Mantegna Madonna col Bambino e i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca
tempera su tavola, 69,4 x 44,4 cm

Palazzo Barberini apre la stagione con due mostre particolari, “La stanza di Mantegna. Capolavori dal Museo Jacquemart – André di Parigi” e “Gotico americano. I Maestri della Madonna Strauss”, frutto di un’accorta politica di scambi internazionali a cui ci ha abituato la direttrice Flaminia Gennari Santori. Piccole mostre se ci si limita a considerare il numero dei quadri esposti, grandi invece se si guarda al nome degli artisti, alla qualità, al valore, all’importanza che hanno sia dal punto di vista della storia dell’arte che del collezionismo. E a far capire che “i musei sono vivi, non sono chiese, le opere non sono icone”, precisa Gennari Santori.

Spicca fra tutti Andrea Mantegna, il grandissimo maestro del Rinascimento, “pittore – archeologo – umanista”, assente totalmente dai musei romani. Eppure a Roma Mantegna ha soggiornato fra il 1488 e il 1490 chiamato da papa Innocenzo VIII a decorare la cappella del nuovo edificio del Belvedere con le storie di Giovanni Battista e dell’infanzia di Cristo. Che sono andate totalmente perdute durante alcune ristrutturazioni settecentesche. L’unica traccia del passaggio di Mantegna nell’urbe è il fregio della Sala delle Fatiche di Ercole a Palazzo Venezia, che viene ricondotto al suo ambito. Dunque un’occasione da non perdere.

Di grande interesse, anche per i confronti incrociati che consente, e per la storia del collezionismo d’oltre oceano, l’altra mostra che viene dal Museum of Fine Arts di Houston, che presenta due rare e pregiate tavole del Trecento italiano, fra i pezzi più importanti dell’intera collezione. Se da Parigi viene a Roma Mantegna, da Palazzo Barberini è partito per a Francia “Giuditta e Oloferne” esposto nella mostra “Caravage à Rome, amis & ennemis”, mentre il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein raggiungerà il Texas per una mostra sui Tudor. Naturalmente è un do ut des che permette uno sguardo su altre realtà, altri mondi, che consente confronti e instaura nuove relazioni.

“La stanza di Mantegna” s’intitola la mostra curata da Michele Di Monte, un titolo emblematico, preso a prestito dal “De Vulgari Eloquentia” di Dante, ad indicare una dimensione ideale, “una dimora capace ovvero ricettacolo di tutta l’arte”, che allude al museo ma anche alla stanza del collezionista Edourd André (1833-1894) e di sua moglie Nélie Jacquemart (1841-1912) che nella loro lussuosa dimora parigina in Boulevard Haussmann raccolsero con entusiasmo e amore capolavori della pittura del Rinascimento italiano, fiorentino e veneto. Una raccolta, che oggi possiede la più consistente collezione d’arte italiana dopo il Louvre. Venne

lasciata in eredità allo stato francese nel 1912, gli anni in cui anche Henrietta Hertz donava la sua raccolta allo stato italiano.

Sei le opere in mostra nella “Stanza di Mantegna”, al centro dell’attenzione naturalmente “Ecce Homo” il capolavoro del 1500 circa, eccezionale anche per il perfetto stato di conservazione. Non c’è Pilato che presenta Cristo al popolo, piuttosto sono gli scribi e i farisei che lo presentano a Pilato che sta dall’altra parte, in mezzo a chi guarda ed è chiamato a giudicare, come noi. Un’opera bellissima, frontale, quasi un’icona, dalla struttura scultorea e arcaica con quell’aspetto poco brillante, un po’ opaco, una tempera realizzata su un sottilissimo telo di lino non incollato ma appoggiato sulla tavola antica. In alto due cartigli in un ipotetico ebraico. Accanto un altro quadro giovanile attribuito a Mantegna, “Madonna con il Bambino tra i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa” (1455), che denota la vicinanza dell’artista con Giovanni Bellini che diventerà suo cognato, sono gli anni a ridosso del matrimonio con la sorella del pittore. Una tempera su tavola che riprende elementi della tradizione, significati simbolici e novità prospettiche. Ai due Mantegna fanno corona altri pezzi prestigiosi, come il ritratto su pergamena di Giorgio Schiavone, un profilo inciso di ispirazione antica, come una moneta, una rara miniatura in forma di ritratto, una tecnica appresa nella bottega del maestro padovano Francesco Squarcione frequentata anche da Mantegna. Poi una “Madonna col Bambino” di Cima da Conegliano, il disegno di scuola mantegnesca “Ercole e Anteo” che esalta il gusto delle forme dell’arte antica e un paludato bronzetto classicheggiante di Andrea Briosco, anch’egli attivo in area padovana, che raffigura Mosè.

Altrettanto interessante la storia che si sviluppa al di là dell’oceano con i collezionisti Edith Abraham (1882-1957) e Percy Selden Strauss (1876-1944) che nei primo decenni dell’’800 misero insieme un’importante raccolta privata con capolavori della pittura italiana gotica e rinascimentale, che entrò poi a far parte del Museo of Fine Arts di Houston, ricco di opere fiamminghe e del ’400 italiane. Si tratta di raccolte create dai cosiddetti “principi mercanti” un aspetto tipico del collezionismo americano. I genitori del collezionista che ha donato nel ’39 le opere al museo, imprenditori ebrei newyorkesi, proprietari dei grandi magazzini Macy’s, raffinati estimatori d’arte, erano sul Titanic, non scesero per dare posto ad altri e morirono nel naufragio, ricorda la direttrice.

Vengono dal Museo di Houston “I Maestri della Madonna Strauss”, dal nome del collezionista ed indicano “più che nomi di persone nomi di comodo con i quali gli studiosi hanno cercato di raccogliere sotto un’etichetta convenzionale un gruppo di opere ascrivibili a una personalità artistica individuale”. Anzi in questo caso lo stesso nome indica due pittori diversi, uno probabilmente fiorentino, erede della tradizione della pittura gotica toscana, attivo a Firenze tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, seguace di Agnolo Gatti, allievo della scuola di Giotto che mostra un accentuato senso plastico della figura, l’altro senese seguace di Simone Martini calligrafico ed elegante, come un altro enigmatico artista, a lui affine per formazione, stile e tecnica, il Maestro di Palazzo Venezia, cosiddetto dal luogo dove era conservata la tavola, oggi opera cardine della collezione di Palazzo Barberini. Il Bambino indica un cartiglio in cui compaiono le parole che dirà agli apostoli “Io sono la via, la verità e la vita” e un verso del Cantico dei Cantici “Io sono il fiore del campo”.

In mostra, al centro della parete la “Madonna con il Bambino” dell’anonimo maestro di Palazzo Venezia, ai lati le opere americane del Maestro della Madonna Strauss e del Maestro senese della Madonna Strauss che originariamente doveva far parte di un polittico. Un confronto rarissimo vista la delicatezza di questo tipo di dipinti. Infatti la tavola del maestro senese non è mai stata esposta in Europa e l’altra è stata in mostra solo una volta a Parigi nel ’76. E’ la pittura medievale che incanta, che quasi non si distingue dall’artigianato, per cui una tavola con la Madonna è insieme un immagine di culto e un oggetto prezioso, piena di elementi che simboleggiano la passione e la resurrezione. Sono i fondi oro, i motivi ornamentali, la combinazione delle tecniche della punzonatura e dello “sgraffito” nella resa dei tessuti decorati e damascati che colpiscono, frutto di una lavorazione elaboratissima, spiega il curatore Michele Di Monte.

Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane 13, Roma. Orario: martedì-domenica 8.30-19.00, chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1°gennaio. Fino al 27 gennaio 2019. Informazioni: www.barberinicorsini.org

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